2011-03-16

What else. L'uso delle parole straniere nella comunicazione aziendale

Sgombriamo subito il campo: in Scrittura.org non abbiamo nulla contro l'uso delle parole straniere. Non rimpiangiamo quindi le ridicole direttive emanate durante il periodo fascista, quando era rigorosamente vietato usare termini esteri e si era obbligati a tradurre in italiano qualsiasi cosa. Allo stesso modo ci fanno sorridere le crociate francesi, che oggi impongono di non usare Mouse ma “Souris”, non Computer ma “Ordinateur”. Se non ci piace questa rigidità d'Oltralpe, ovviamente non è accettabile neanche la scelta italiana di non fare più barriera all'invasione di termini stranieri nella nostra lingua. Ma noi siamo copywriter, quindi siamo consapevoli che la lingua è una “cosa viva” che si modifica nel tempo: se non fosse così oggi parleremmo ancora in latino. E sempre come copywriter, quindi, ci interessa capire se l’uso delle lingue straniere nella comunicazione aziendale è efficace o è un semplice esercizio di stile di nessuna utilità. Ecco quindi le nostre considerazioni.

Non sovrastimate la capacità degli italiani di comprendere termini stranieri

Come abbiamo già scritto in altri articoli, il “lessico fondamentale” degli italiani è formato da circa 2.000 parole, che servono per strutturare il 98% dei discorsi. Alcune parole di cui molti danno per scontato la conoscenza, sono in realtà termini sconosciuti a gran parte della popolazione. Qualche esempio? Non rientrano nel lessico fondamentale parole come “adempiere, registrare, riemergere, golfo”. Ora, alla luce di questo esempio, ve la sentite di usare Call center per indicare il centralino della vostra azienda?

Usare parole straniere non rende un’azienda internazionale

Molte aziende usano l’inglese per darsi un tono da multinazionale, anche se poi il loro mercato è molto ridotto e non supererà mai i confini nazionali. Perché lo fanno allora? Perché qualcuno, un giorno, ha fatto credere agli imprenditori che la dirigono che discutere di business durante una conference call è molto smart e li trasforma per magia da piccola impresa italiana a multinazionale pronta a conquistare i mercati del mondo.

Usare parole straniere rende la vostra comunicazione meno efficace

Chiarezza, semplicità e comprensibilità sono i principi di ogni comunicazione aziendale efficace: valgono quando parlate al telefono, per una brochure, per la home page del sito web e per tutte le volte in cui prendete la parola come azienda. L’uso di parole straniere riduce tutti e tre questi parametri, con il risultato immediato di allontanare le persone dalla vostra comunicazione, quindi dalla vostra azienda.

Ed ora ecco alcuni consigli per decidere se e quando usare parole straniere.

Usate i termini stranieri quando non ci sono equivalenti italiani

Ogni volta che siete tentati di usare termini stranieri, chiedetevi se sia realmente necessario e se saranno compresi dalla maggior parte dei vostri lettori. Certo, se oggi invece di scrivere “Computer” scrivereste elaboratore, qualcuno potrebbe divertirsi molto. Ma se l’alternativa è tra “Cash” e contanti, tra “Customer Service” e Servizio Clienti, non abbiate dubbi. È meglio usare il secondo.

Verificate il reale significato delle parole straniere che usate

Vi assicuriamo che è molto difficile spiegare ad un inglese che state indossando un golf, visto che per loro questo è solo uno sport e non un maglioncino. Allo stesso modo non stupitevi se vi guardano strano se gli dite che state costruendo dei box per auto (box significa solo scatola) o che producete una linea di body che per loro non è un indumento ma semplicemente un “corpo”.

What else?

Per chi si è chiesto il motivo di un’espressione straniera nel titolo, ecco la spiegazione. Negli ultimi mesi sono stati trasmessi su tutti i canali televisivi nazionali, spot con George Clooney testimonial di Nespresso. Lo slogan della campagna è “What Else?”, cioè “Che altro?” nel senso di “cosa desiderare di più di un buon caffè Nespresso?”. Non male, forse un po’ banale, ma sono tempi duri per la creatività. Il punto è che nello spot, interamente in inglese con sottotitoli in italiano (lo potete vedere qui nell’episodio del taxi), l’agenzia ha sentito il bisogno di mettere un asterisco con la traduzione di “What else?” Solo pochi secondi, alla fine, con corpo piccolissimo, in fondo a sinistra. Ora delle due cose, l’una: o il pubblico di Nespresso conosce l’inglese e quindi non c’è bisogno di tradurre o non lo conosce. In questo caso, perché usarlo?



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3 commenti:

Lorenzo Montanari ha detto...

ahahah mi ha fatto piacere leggere l'osservazione finale sul what else. Vedendolo, anch'io mi sono posto allo stesso modo: se vuoi fare il "figo", con Clooney, l'inglese e tutto il resto, mi sa da caduta di stile la traduzione (che tra l'altro in italiano perde molto, un pò come tradurre il "just do it"). Come dire, se osi, osi.
Saluti e grazie per la newsletter che leggo sempre con piacere
Lorenzo

Pronto800 ha detto...

Ciao, sono stata un bel po’ tra ieri e oggi a leggere i post di questo interessante blog. Ho scoperto delle cose che non sapevo. Adesso dove posso seguire i prossimi post? Continuerete a scrivere sul blog o devo iscrivermi alla vostra pagina Fb? Grazie della risposta e dei tanti utili suggerimenti!

Francesco Munda ha detto...

Equilibrio! Come in tutte le cose ci vuole equilibrio. Meglio l'uso dell'italiano... ma certe cose vanno in inglese. Ve la immaginate la canzone degli Aerosmith "love in an elevator" che in inglese "fa figura" tradotta in italiano diverrebbe "amore in ascensore" (e penso si rifiuterebbe di cantarla pure Pupo, con rispetto parlando)